Sei anni di università, poi cinque anni di specializzazione. Si inizia da ragazzi, si finisce da uomini e donne che, talvolta, hanno famiglia e figli. Il percorso per chi vuole diventare medico è lungo e oneroso: costano i sei anni di università e costa affrontare i cinque anni di specializzazione, durante i quali si lavora a tutti gli effetti, ma con stipendi che in alcuni casi bastano a malapena a sopravvivere ma che soprattutto non riflettono il sacrificio necessario per questo tipo di percorso.
Gli specializzandi vengono remunerati non dal Ministero della Sanità, ma dal Ministero dell’Università e della Ricerca, attraverso gli atenei delle università a cui sono iscritti, con circa 1650 euro netti al mese che diventano circa 1700 dal terzo anno in poi. Una cifra irrisoria rispetto agli standard europei e, soprattutto, mortificante per chi lavora in ospedale con gli stessi orari dei dirigenti medici, altresì noti come “strutturati”, effettuando straordinari, turni notturni e festivi senza alcun compenso aggiuntivo.
Questa è una delle diverse criticità che minano il servizio sanitario pubblico, spingendo molti a fuggire verso l’estero, scegliendo nazioni come la Germania o la Francia, ad esempio.
Ne ho parlato con il dottor Giovanni Mattioni, 29 anni, specializzando in chirurgia toracica. Fa anche parte di un comitato di specializzandi che fa capo alla Società Italiana di Endoscopia Toracica (SIET), che riunisce chirurghi toracici e pneumologi interventisti.

– Dottor Mattioni, quale percorso ha seguito?
“Mi sono laureato all’Università di Perugia, poi ho iniziato la specializzazione all’Università di Milano. Ho ruotato in diversi ospedali e ho cominciato dal Policlinico di Milano. Successivamente ho lavorato al San Paolo, al Niguarda e all’Istituto dei Tumori. Poi sono andato all’estero per un anno, a Parigi, presso l’Istituto Mutualiste Montsouris, e ora sono tornato al Niguarda. Ma il mio futuro lo immagino all’estero.“
– Tutti ospedali importanti. È stata altrettanto importante l’esperienza maturata?
“Sì, sicuramente è stata un’esperienza formativa, ma mi rattrista dire che la più importante sia stata quella all’estero. Ci sarebbe molto da dire sulle cause. Guardi, con il comitato specializzandi della SIET abbiamo fatto uno studio nazionale per capirci di più. Tanto per citare un risultato interessante, mi viene in mente quello sulla mentorship. In base a questo principio, ciascuno di noi dovrebbe trovare un mentore per imparare effettivamente a diventare chirurgo toracico o pneumologo interventista, dove la pratica è fondamentale. Ebbene, in Italia, meno del 30% degli specializzandi ha un mentore, il che significa che più di tre quarti di noi affronta il percorso formativo senza un vero maestro.”
– E all’estero, com’è la situazione?
“La prima grande differenza riguarda una questione di fondo: in Italia lo specializzando è considerato uno studente e non, come dovrebbe essere, un lavoratore in formazione. In Francia, invece, è contrattualizzato direttamente dall’ospedale e quindi può anche venire remunerato per attività extra come le guardie notturne. Oltre ad uno stipendio di base più alto, la possibilità di farlo crescere è maggiore che da noi. Ne consegue anche un interesse maggiore da parte dell’ospedale a formare lo specializzando, che prima è autonomo e lavora bene, meglio per l’ospedale ed i pazienti.
Seconda differenza: le possibilità formative. Se si va in altri paesi europei – certo, non sto dicendo tutti, per dire non mi verrebbe in mente il paragone con la Romania –, sono superiori.
Gli specializzandi hanno occasioni di svolgere attività chirurgica imparagonabili con quello che accade in Italia.
Tanto per dirne una, in Francia può capitare che uno specializzando si trovi in sala operatoria come unico chirurgo – certo, si parla di casi semplici – ma in Italia sarebbe impensabile.”
– Ma questo non garantisce una maggiore sicurezza per i pazienti?
“Non ci sono dati che provino questa maggiore sicurezza ed è sicuramente difficile ottenerli. Di certo, in Italia siamo campioni della ridondanza e del superfluo. La vera sicurezza sarebbe garantire una formazione adeguata a tutti i professionisti. E’ inutile produrne 100 e assicurare una buona formazione a 50.”
– Per concludere, come riesce a vivere da specializzando a Milano?
“Non è facile. Pensi che una stanza in un appartamento condiviso con altre due persone, in un quartiere popolare, mi costa 670 euro al mese. Veda lei quali extra posso permettermi.”
Alessandra Rissotto

