Perfino chi ha vissuto, talvolta in prima persona, i terribili anni di piombo, ‘70 e ‘80, fa fatica a ricordarne tutte le sanguinose vicende.
Non c’è da stupirsi, quindi, che i più giovani, anche quelli che vogliono intraprendere la professione giornalistica, stentino a conoscere fatti e nomi.
Eppure Walter Tobagi, ucciso da una banda che voleva accreditarsi con le brigate rosse, deve essere stella polare per chi vuole fare questo mestiere, sia per la capacità di scrittura, semplice ma profonda, sia per il coraggio di non tirarsi indietro, neppure di fronte alle inchieste più rischiose.
Tobagi giornalista, sindacalista, marito e padre. Un amore quello per la famiglia che non veniva mai in secondo piano, come mi racconta la collega Cristina Berretta.

“Una sera, c’era una riunione di Stampa Democratica nella sede dell’Associazione lombarda, si stava tirando un po’ per le lunghe, Walter ad un certo punto disse: scusate vado via perché devo aiutare mio figlio a fare i compiti. Lo disse con grande semplicità e questo mi colpì molto”.
– Lo credo, anche perché Tobagi era presidente dell’Associazione.
“Sì lo era diventato giovanissimo, era gentile ma determinato e attorno a lui si coagulò un gruppo di colleghi che collaborarono alla ideazione e formazione di Stampa Democratica, corrente sindacale alla cui nascita partecipò anche mio padre Dino.
All’epoca, nel 1978, fu una svolta nei rapporti interni alla categoria, anche traumatica“.

– Che persona era Tobagi?
“Era veramente eccezionale, sempre sorridente, io lo vedevo di frequente perché, essendo la più giovane del gruppo, ero addetta alla segreteria di Stampa Democratica.
E prima ancora, fu lui a commissionare a me e a Dino Messina che stavamo frequentando il primo biennio dell’IFG, un elaborato su come erano cambiati, nella carta stampata, gli spazi dedicati ai vari argomenti, che poi ho presentato come tesi all’esame di Stato”.
-E che ricordo hai del giorno in cui venne assassinato?
“Stavo facendo lo stage al Corriere d’Informazione.
Quando arrivò la notizia, si iniziava a lavorare alle sei del mattino, fu come se fosse passata una folata di vento gelido in redazione. Restammo qualche minuto impietriti. Poi chiamai mio papà in Rai, mi rispose la sua collaboratrice Graziella Bardelli: non posso passartelo – mi disse – sta piangendo”.

-Hai partecipato ai funerali?
“Sì. Un funerale tra due ali di folla, la polizia presidiava la zona e controllava tutti. Al corteo il direttivo dell’Associazione al completo. Giorgio Santerini, che poi avrebbe raccolto il testimone, portava il gonfalone. Tutti con gli occhi lucidi. Io ero tra la gente, passata la bara io dissi al militare, un ragazzo, che teneva a bada la gente: ero nella sua segreteria, devo passare e passai riuscendo a entrare nella chiesa strapiena. Ti confesso che avevamo il cuore in gola, temendo che potessero colpire qualcuno durante la cerimonia funebre. Per fortuna non fu così. Ma la sensazione di angoscia e paura rimase addosso a tutti per molto tempo”.
Alessandra Rissotto

