“Nel 2034 negli Stati Uniti mancheranno trentamila chirurghi, quindi si sta pensando di creare in futuro degli hub in cui chirurghi, con specifiche competenze, opereranno con i robot pazienti, preparati da altri chirurghi, in luoghi differenti, lontani anche migliaia di chilometri”.

Chi parla è Alessandro Giacomoni, chirurgo specializzato in trapianti addominali e in chirurgia epatobiliopancreatica all’Ospedale Niguarda di Milano. Si è perfezionato negli Stati Uniti, a Chicago, e poi al rientro nel 2009, ha iniziato, per primo in Italia, il prelievo robotico di rene da vivente a scopo di trapianto.
Giacomoni ha recentemente partecipato al Congresso annuale della Clinical Robotic Surgery Association che ha affrontato tutti i temi riguardanti la chirurgia robotica e su questo lo abbiamo intervistato.
Il futuro della chirurgia dunque è sempre più robotico?
“Sì, e non solo come, ho detto all’inizio, per sopperire alla carenza di chirurghi ovunque nel mondo, Italia compresa, ma anche perché le relazioni presentate hanno evidenziato come la chirurgia addominale possa essere affrontata quasi sempre con il robot, perfino il trapianto di fegato”.
Come è nata la chirurgia robotica?

“È nata da due progetti della Nasa e dell’US Army per operare da remoto gli astronauti oppure stando nelle retrovie, soldati feriti in prima linea. Quei progetti sono falliti, il brevetto è passato di mano e negli anni ‘90 è stato sviluppato il primo prototipo del robot Da Vinci. Da allora il sistema è stato continuamente migliorato segnando l’inizio di una nuova era per le tecniche chirurgiche“.
Si dice che i chirurghi, digital nativi, siano più facilitati nell’uso è così?
“Guardi io conosco ottimi chirurghi che non hanno mai giocato alla play station e che usano il robot alla perfezione perché bisogna sottolineare che il chirurgo deve essere capace a prescindere, non è il robot che fa il chirurgo”.

Quali sono i vantaggi del robot?
“Consente una visione tridimensionale stabile del campo operatorio, c’è la possibilità di avere una doppia consolle utile anche nelle situazioni di tutoraggio dei giovani colleghi, grande precisione nelle suture, meno complessità nell’isolamento delle strutture anatomiche e poi sempre facendo un paragone con la laparoscopia tradizionale, cosa di cui si parla poco, il robot mette il chirurgo in una situazione di maggior confort il che consente di mantenere un buon rendimento per tutto il tempo operatorio“.
Lei dice che il robot è uno strumento aristocratico perché, visti i costi, solo pochi se lo possono permettere. In Lombardia come è la situazione?
“Ultimamente la Lombardia ne ha comprati parecchi, noi al Niguarda abbiamo la fortuna di poter contare su 5 robot differenti che ci consentono di affrontare tutti i tipi di chirurgia anche quelli considerati molto complessi”.
Alessandra Rissotto

